L'angolo delle interviste
07.12.2009
Intervista a Mauro Masullo, Architetto del Paesaggio
Argomento: Esposizione di giardini temporanei nell'area dell'ex velodromo
- Ci può illustrare in che cosa consiste il suo progetto di una esposizione permanente di giardini temporanei?
L'idea dell'esposizione di giardini temporanei è nata chiacchierando con alcuni residenti del quartiere Eur in relazione ad una realtà che negli altri paesi stranieri ormai è radicata da decenni e che solo in Italia, tranne quello che è stato ed è un tentativo prezioso da parte della Certosa di Padula (Salerno), che ormai è diventato un evento di grande richiamo annuale, è completamente assente.
Che cosa sono in realtà queste esposizioni di giardini temporanei e perché nascono? Nascono innanzitutto per divulgare una consapevolezza sui valori del paesaggio e del mondo dei giardini e poi rappresentano un concorso per gli architetti del paesaggio e per artisti, che si cimentano in un confronto sulla creazione di questi giardini.
Le prime esposizioni sono nate in America, che è un po' la pioniera in questo settore. In Europa nei paesi "civili", mi riferisco alla Francia, alla Spagna, alla Germania e all'Inghilterra, contano ormai decenni di storia. Ci sono tantissime tipologie di esposizioni di giardini temporanei, da quelle che durano due settimane, a quelle che durano sei mesi; in pratica si concorre con la creazione e la realizzazione di un giardino temporaneo perché chiaramente, dopo un certo periodo di tempo, vengono rimossi per dare adito poi alla manifestazione successiva. - Perché ha scelto l'area dell'ex velodoromo all'Eur?
Innanzitutto ho individuato nell'Eur il quartiere che meglio si presta ad ospitare un'esposizione perché è nella sua identità. È un quartiere nato esso stesso come esposizione nel 1942, dando alla paesaggistica e all'urbanistica un uguale valore. Infatti guardandolo dall'alto, si percepisce perfettamente della uguale distribuzione di spazio dedicato al paesaggio e all'edificato.
È quindi il quartiere di Roma che più degli altri ha promosso questa visione del paesaggio a livello pubblico e sociale; se poi pensiamo che dal 1940 ad oggi sono passati quasi 70 anni, si percepisce bene di come ormai la sua identità si sia consolidata nel tempo.
Perché l'area del velodromo? Perché è un'area interna al quartiere dell'Eur e già di fronte, sulla stessa strada, l'esposizione perderebbe di valore; l'area del velodromo si presta, sia per superficie che per ubicazione, ad ospitare questa esposizione di giardini temporanei e potrebbe essere accompagnata da altre iniziative o da altre realtà che si integrano con l'esposizione stessa. - Una esposizione permanente di giardini temporanei, oltre ad essere un importante richiamo per congressisti provenienti da tutto il globo (e quindi portare cospicui introiti nella casse di Eur SpA), potrebbe essere anche motivo di crescita culturale per i Cittadini Romani nei confronti dei temi paesaggistici?
Direi assolutamente sì, anche perché qui si parla di temi paesaggistici e si parla di paesaggistica. La paesaggistica in Italia è sempre stata un fiore all'occhiello nel corso dei secoli ed è stata motivo di vanto culturale, ma negli ultimi decenni l'Italia ha completamente abbandonato questa cultura del paesaggio per cui credo, anzi ne sono fermamente convinto, che l'esposizione potrebbe rappresentare un grande motivo per i congressisti, che si riuniscono qui all'Eur, di poter contare su un evento paesaggistico di una certa rilevanza. È un forte richiamo culturale, non solo per i congressisti, ma anche per l'intera città. - Perché gli Italiani, che nei secoli scorsi diedero addirittura i natali alla "Paesaggistica", dal punto di vista culturale si trovano oggi ad arrancare a grande distanza dietro ai Paesi europei più evoluti, dove il comune sentire dei Cittadini (pensiamo per esempio agli Inglesi e agli Olandesi) non può prescindere dalla sensibilità sociale nei confronti della Natura, del Giardinaggio e, in generale, della Paesaggistica?
Qui entriamo nel vivo del discorso: lei mi parla di paesaggistica, mi parla di Paesi europei ed io le voglio sottolineare come, ad esempio, a fine 1800 la paesaggistica ha avuto il boom culturale e professionale in relazione alle esigenze di dotare i centri urbani di parchi e verde pubblico. Alla fine del 1800 in America è nata la prima facoltà di architettura del paesaggio, nate poi anche in Europa: La prima è stata l'Inghilterra alla fine degli anni '20, sono poi seguite negli anni '30 la Germania e, immediatamente dopo, la Francia, l'Olanda e la Norvegia ed altre.
Molti Paesi europei hanno seguito questo processo formativo e professionale, perché riconoscevano una importanza di prestigio alla figura professionale dell'architetto del paesaggio e ai temi della paesaggistica. Nel 1950 in Italia coloro che svolgevano la professione di architetto del paesaggio avvertirono la mancanza di un riferimento professionale e pertanto fondarono l'AIAPP, l'Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio e nello stesso anno contribuirono all'istituzione anche dell'IFLA, la Federazione Internazionale degli Architetti del Paesaggio, proprio per cercare di dare un'identità internazionale e consolidata sia alla disciplina, che alla figura professionale.
Consideriamo che siamo nel 2009 e solo otto anni fa l'Italia si è decisa a istituire il primo corso di laurea in architettura del paesaggio all'interno della facoltà di architettura. Se si considera che nel mondo l'architettura del paesaggio ha una sua facoltà autonoma da più di un secolo, è evidente che in Italia questa professione conta su una formazione che non soddisfa le esigenze di base.
La caratteristica della paesaggistica, e del paesaggio in senso lato, è che, pur presentando una trasversalità, che coinvolge tutte le figure sociali, le discipline come la geologia, la botanica, la patologia vegetale, l'idrologia, l'agronomia, l'architettura, la psicologia, la sociologia, l'agronomia, è però una disciplina a sé stante, ha una sua peculiarità e possiede una professione di riferimento. Nel 2006, per esempio, è stato siglato un accordo internazionale tra l'UIA (Unione Internazionale Architetti) e a cui fanno capo gli architetti di tutto il mondo e l'IFLA (Federazione Internazionale degli Architetti del Paesaggio) a cui fanno capo gli architetti del paesaggio di tutto il mondo; queste due Istituzioni internazionali, mentre si riconoscono reciprocamente sia l'autonomia della formazione delle facoltà universitarie e sia delle proprie competenze professionali, hanno stretto un accordo di collaborazione, perchè il fine ultimo è la qualità della vita dell'uomo.
La realtà italiana, invece, evidenzia un notevole gap con la realtà mondiale, innanzitutto perché sembra che la paesaggistica sia figlia dell'architettura (essendo il corso di laurea all'interno della facoltà di architettura) e poi perchè le normative vigenti nel nostro Paese tendono a creare una profonda confusione. Di fatto mentre nei Paesi europei la normativa di riferimento è rappresentata dalla Convenzione Europea del Paesaggio (legge vigente anche in Italia dal gennaio del 2006), nel nostro Paese vige contemporaneamente un testo, meglio noto come Codice Urbani, che presenta invece profonde discrasie con la Convenzione Europea. Si pensi ad esempio che nel codice Urbani, con le ultime modifiche apportate lo scorso anno, si dice addirittura che i piani paesaggistici ed i piani urbanistico-territoriali sono la stessa cosa e che vengono chiamati entrambi piani paesaggistici; questo significa che se si presenta un Piano regolatore, esso è considerato un Piano paesaggistico. È evidente l'assurdità dei contenuti di questo Codice, che non riconosce al paesaggio il valore di bene strutturale e del conseguente valore del patrimonio paesaggistico ed invece limita il valore solo ad alcune e molto limitate porzioni, che presentano importanza per l'identità culturale nazionale. Di fatto per il Codice Urbani esiste un paesaggio minuscolo ed un non paesaggio residuo, neanche oggetto di tutela; di contro la Convenzione Europea riconosce il valore a tutto il paesaggio, oggetto tutto di tutela, compreso il mare ed i paesaggi degradati. Altra componente essenziale della Convenzione Europea del Paesaggio è rappresentata dall'opportunità per le popolazioni a partecipare sulle scelte relative alla pianificazione ed alla gestione del paesaggio.
È evidente il diverso approccio, che rivela altresì nel nostro Paese una non cultura del paesaggio, comune a tutte le correnti politiche, dal centro-destra al centro-sinistra, autrici entrambe del Codice Urbani. Perciò diciamo che come cittadini italiani subiamo una mancata consapevolezza del valore del paesaggio da parte della nostra classe politica, che ci trasmette e che non ci pone sullo stesso piano culturale e sociale del resto d'Europa e del mondo civile.
È chiaro che l'esposizione dei giardini temporanei, e/o quant'altro si possa fare come richiamo sui valori veri del paesaggio, rappresenta uno strumento rivolto a creare all'interno della coscienza dei politici e dei cittadini una corretta consapevolezza sui valori del paesaggio. - Ha già sottoposto la sua proposta all'attenzione degli uffici competenti?
Ho provato a chiedere un appuntamento all'Eur SpA per cercare di capire quali siano le loro aspettative, dopo aver preso visione di quelle dei residenti; credo che uno dei compiti dell'architetto del paesaggio sia quello di creare sintesi ed armonia tra quelle che sono le aspettative delle varie parti. L'incontro richiesto all'Eur SpA va proprio in questa direzione, ossia cercare di integrare le loro proposte di utilizzo di quell'area con quelle dei residenti. Per quell'area esistono una miriade di opportunità che ben affiancano l'esposizione dei giardini temporanei, come ad esempio l'inserimento di una grande bio-piscina con utilizzo balneare durante l'estate, un campo di tiro con l'arco, un parcheggio parzialmente sotteraneo ed arricchito con giardini pensili, o un teatro per i residenti e non. Sembra che l'Amministrazione comunale e l'Eur S.p.A. non tengano conto che l'EUR è un quartiere che ha anche un rilevante uso residenziale, oltre che per uffici, e mi sembra doveroso che invece venga rivolta ai residenti una particolare attenzione, oltremodo prevista dalla Convenzione Europea del Paesaggio.
Prima o poi, e per forza di cose, dovremo adeguarci agli altri Paesi europei circa le metodologie pianificatorie e più si perde tempo e più avremmo contribuito alla distruzione del nostro patrimonio paesaggistico, di quel patrimonio che rappresenta la più importante risorsa economica mondiale e che invece nel nostro Paese viene, forse, volontariamente ignorata. Spero che una comune riflessione sull'area dell'ex velodromo possa fornire invece quel valore aggiunto che l'EUR, e Roma, da tanto aspettano.
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